Malesseri nel mese di 2006::01

Una tazza di the

00.57

Curioso. Anzi, normale.
Stava fissando la tazza piena di the, appoggiata davanti a lui, subito sotto allo schermo illuminato del computer. Osservava come i le onde e le increspature della superficie apparissero più nitide e definite colpite da quella luce innaturale. Il velocissimo disegno continuo dell’immagine mostrata dallo schermo, che come ben sapeva avveniva almeno cinquanta volte al secondo, faceva risaltare i movimenti del liquido, come tante fotografie scattate una di seguito all’altra, come una velocissima sequenza di fotogrammi.
E lui ci giocava. Finchè un leggero rumore proveniente dalla stanza da letto, alle sue spalle, non lo fece saltare fuori dalla spirale di pensieri in cui era finito. Era venti minuti che giocava col the, si accorse.
Diede uno sguardo dietro le spalle, per capire cosa avesse provocato un suono abbastanza forte da superare lo sbarramento di spugna, gomma e musica che le cuffie frapponevano fra i suoi timpani e l’esterno. Nulla. Tutto fermo. Pensò d’essersi sbagliato.
Del resto era stanco, si era alzato presto per poter andare a lavorare e ora, alle 2.30 di notte, iniziava a sentire che la fatica accumulata era abbastanza. Tuttavia come sempre il sonno tardava ad arrivare, e lui rimaneva a perdere tempo davanti allo schermo del suo pc, organizzando files, renderizzando paesaggi 3d, pianificando attività che, sapeva già, mai avrebbe svolto.
Un altro rumore, come di uno sbattere di porta, gli arrivò alle orecchie, e si decise ad andare a vedere.
Superò l’atrio e si inoltrò per qualche passo nella stanza in penombra. Tutto gli sembrò in ordine. Rimase qualche secondo fermo ad ascoltare attentamente. Gli sembrò di sentire delle voci lontane, così concluse che probabilmente quei rumori arrivavano dalla strada.
Tornò davanti al pc, e esitò un attimo. Qualcosa gli sfuggiva. Fissò lo schermo per un paio di minuti, sforzandosi di farsi venire in mente quale fosse quel pensiero che gli era passato tanto velocemente in testa. Così tanto da non fermarsi nemmeno il tempo sufficiente a venire registrato. Poi desistette e tornò al suo paesaggio: strutture metalliche corrose dal tempo emergevano da improbabili pozze oleose.
Poi di nuovo, un colpo nell’altra stanza.
Questa volta non si fece cogliere impreparato, si alzò e quasi di corsa entrò in camera da letto. Ma come sempre non vide nulla di strano. Per scrupolo controllò anche lei. Stava dormendo. Decise quindi di non accendere la luce, non gli andava di rischiare di disturbarla. Restò invece per un po’ immobile per abituarsi alla poca luminosità dell’ambiente e poi si guardò attentamente in giro. Notò che un paio di grossi libri non erano più, come gli altri, in piedi sugli scaffali della libreria, ma erano coricati, uno sopra l’altro. Forse erano caduti, ecco il motivo dei colpi. Si avvicinò e ne coricò altri tre, in modo da formare una pila abbastanza alta da bloccare altre eventuali cadute. Poi si diresse di nuovo verso lo schermo. Si sedette.
Il rendering nel frattempo aveva proseguito la sua opera. Mancavano poche linee verso il basso dell’immagine e poi avrebbe potuto dare uno sguardo d’insieme alla bozza del suo paesaggio. Certo, mancavano dei particolari, come le ombre ed alcuni effetti di riflessione, ma gli interessava vedere l’aspetto che era riuscito a dare al fiore in primo piano, che aveva creato pensando a lei, voleva capire se finalmente era riuscito a renderlo abbastanza realistico. Inoltre c’era anche il problema delle pozze: non riusciva a dare l’idea che il liquido da cui emergevano le colonne d’acciaio fosse increspato dal vento.
Il vento.
Questa parola gli si fermò per un attimo nella mente. Ma abbastanza da fargli capire.
Il vento!
Si alzo in fretta e si diresse verso la stanza buia, proprio mentre un udiva un altro colpo e, mentre varcava la soglia della camera, un rumore di vetri infranti.
Si bloccò, spaventato. Non voleva vedere quello che era successo.
La finestra, che aveva dimenticato aperta, sbattè ancora una volta e lui si decise ad accendere la luce.
Le immagini, recepite tutte nella stessa manciata di decimi di secondo, giunsero al cervello come registrazioni di scene distinte: una finestra semiaperta da cui entravano il vento e l’odore di pioggia, frammenti di vetro sparsi per terra subito sotto al davanzale. E poi lei. Lei, rossa come sempre, ferita mortalmente, per terra, non più in piedi, fiera, ma gettata a terra scompostamente.
Si avvicinò, si chinò ferendosi le ginocchia, e accarezzò dolcemente il suo amore. Prima il gambo, poi quello che rimaneva della corolla. Con le mani raccolse uno ad uno i petali che si erano staccati dalla rosa, indugiando con le dita per percepirne la morbidezza, posandoseli sul corpo per sentirne la freschezza, senza fare caso ai tagli che si stava procurando coi resti del vaso caduto per terra, lasciando scorrere le lacrime.
In quel momento udì un solo colpo, secco, e cadde. La finestra sbattè di nuovo.
Lo trovarono quattro giorni dopo, morto, riverso a terra fra i petali di una rosa rossa, con una profonda ferita alla testa provocata dall’urto.
Uno dei tanti incidenti domestici.

Troppo silenzio

00.55

Troppo silenzio fa male alle orecchie.
Non possiamo fare finta di niente.
Credo che sia ora di parlare, di dire chiaramente cosa succede, di informare.
Dov’è finito tutto quel porno genuino e semi-amatoriale che una volta potevamo osservare sulle reti televisive di notte? Abbiamo internet, satelliti e fibre ottiche, eppure il porno è diventato un lusso per ricchi.
E’ ora di parlare a voce alta.